Cento giorni di proteste non hanno ancora modificato la politica del governo albanese. Nonostante le manifestazioni di massa, le pressioni di Bruxelles e le indagini relative a investimenti controversi, restano in vigore le norme che aprono le aree protette a grandi progetti turistici. Nel frattempo, il conflitto si è trasferito anche su Internet, dove gli attivisti accusano le piattaforme social di limitare la visibilità e rimuovere i contenuti delle proteste.
La storia inizia il 31 maggio 2026, quando mezzi pesanti da cantiere sono entrati nell’area paesaggistica protetta di Pishë Poro-Nartë, nel delta della Vjosa, bloccando il canale che collega la laguna al mare e distruggendo habitat fondamentali per i fenicotteri rosa e i pellicani ricci. I video dei bulldozer al lavoro nell’area protetta, gli scontri tra un gruppo di ambientalisti e la sicurezza privata e gli allarmanti pareri degli scienziati sul rischio di una catastrofe ecologica hanno dato origine alle proteste notturne a Tirana, che non si sono fermate neppure per una sera.
Cento giorni dopo, le richieste dei manifestanti rimangono invariate. Al centro c’è soprattutto l’abrogazione della legge che modifica la normativa sulle aree protette e apre le riserve naturali ai resort a cinque stelle, una misura che dovrebbe impedire la costruzione di un resort di lusso sull’isola di Sazan, legato al genero di Donald Trump, Jared Kushner. La folla chiede inoltre le dimissioni del primo ministro Edi Rama e la formazione di un governo tecnico che prepari nuove elezioni.
L’ondata di proteste ha riunito un’ampia coalizione composta da ambientalisti, studenti, artisti, architetti, sindacalisti e rappresentanti della diaspora che hanno sostenuto le manifestazioni sia personalmente sia finanziariamente. Tra le voci più riconoscibili vengono citate l’attivista Fioralba Duma, legata all’iniziativa Palestina e Lirë, Ilira Xhemalaja, che ha invitato alla disobbedienza civile, e la coordinatrice della diaspora Paola Kolaj.
Gli organizzatori stimano che nel momento di massima partecipazione alle manifestazioni abbiano preso parte fino a 100.000 persone. Il tutto in un Paese con poco meno di 2,3 milioni di abitanti.
La classe politica fa promesse senza leggi
Nonostante la determinazione dei manifestanti, il bilancio dei primi cento giorni è, detto chiaramente, modesto. Le norme introdotte dal governo non sono state abrogate.
Sebbene il Parlamento europeo, con una risoluzione del 17 giugno 2026, abbia chiesto una moratoria immediata sulle costruzioni nelle aree protette, Tirana non ha introdotto alcuna moratoria. I funzionari albanesi parlano di una valutazione ancora in corso degli effetti degli investimenti e di costruzioni realizzate “in conformità con gli standard europei”.
La Procura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata (SPAK) ha confermato di stare esaminando la modifica legislativa del 2024 e le procedure relative all’acquisizione dei terreni nella zona di Zvërnec–Narta, precisando tuttavia che l’indagine “non riguarda direttamente le società legate a Kushner”.
Il 2 luglio la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua contro i manifestanti nei pressi del Parlamento. Quindici agenti sono rimasti feriti e 25 persone sono state arrestate, 19 delle quali sono state rilasciate dai tribunali nel giro di tre giorni.
Anche a luglio era sembrato che si fosse verificata una “svolta simbolica”. Il primo ministro Rama, che si trovava in visita a Bruxelles, aveva annunciato che il suo governo avrebbe “riesaminato” le controverse norme ambientali. La dichiarazione, che i manifestanti avevano definito una “vittoria morale”, non si è tuttavia tradotta finora in alcuna modifica legislativa.
Ad agosto è stata aperta un’indagine separata nei confronti di Artur Shehu, precedente proprietario di una parte dei terreni venduti ai partner di Kushner per circa 120 milioni di dollari. I fondi derivanti dalla transazione rimangono congelati su un conto notarile in attesa che la questione venga chiarita.
Sulla scia di queste decisioni, la Commissione elettorale centrale ha approvato il modulo per un’iniziativa referendaria riguardante l’abrogazione della legge 21/2024. Gli organizzatori devono ora raccogliere 50.000 firme.
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La guerra per la visibilità
Se sul piano legislativo i cambiamenti sono cosmetici, nello spazio digitale si è invece verificata una “campagna coordinata di repressione”, volta sia a limitare la diffusione mediatica delle proteste sia a screditarne i leader.
Un rapporto di Repro Uncensored del 31 agosto 2026 ha documentato decine di account su Instagram e TikTok i cui contenuti sono stati rimossi, la cui visibilità è stata limitata o i cui account sono stati completamente bloccati. Secondo il rapporto, l’obiettivo era “impedire a centinaia di migliaia di follower di accedere alle cronache in diretta delle proteste”.
Il meccanismo era semplice: segnalazioni ripetute e massive per presunte violazioni del copyright riguardanti registrazioni originali. I sistemi delle piattaforme social basati sugli algoritmi rimuovevano o bloccavano i contenuti pubblicati prima che potessero essere verificati dalle persone che li avevano caricati.
L’attivista Arjan Koci ha rivelato che la persona che aveva presentato contro di lui le segnalazioni per violazione del copyright aveva ammesso di aver ricevuto 1.800 dollari in criptovaluta per farlo.
Tra gli account i cui contenuti sono stati rimossi o limitati figurano la giornalista Alesia Burnazi, la manifestante Ina Derguti, la piattaforma studentesca Studentët Denoncojnë (con quasi 85.000 follower) e il deputato dell’opposizione Agron Shehaj, del partito Mundësia. Alcuni degli account ripristinati hanno segnalato di non poter effettuare dirette e di aver subito una riduzione della visibilità.
Il primo ministro Rama ha negato qualsiasi coinvolgimento dello Stato nel blocco degli account, definendo le accuse “sciocchezze” e sostenendo che il governo non dispone delle capacità tecniche per realizzare un’operazione di questo tipo.
Meta, proprietaria sia di Facebook sia di Instagram, ha ammesso di stare esaminando le proprie azioni, si è scusata per alcune rimozioni errate e ha ripristinato alcuni account, indicando l’esistenza di una procedura di ricorso.
Per gli attivisti di Repro Uncensored, tuttavia, ciò non è sufficiente. Hanno chiesto a Meta e TikTok di rendere pubblici i rapporti con le società esterne incaricate della moderazione dei contenuti in Albania e di introdurre sistemi di protezione contro l’abuso delle procedure relative al copyright.
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L’Europa osserva, gli investitori aspettano
La questione albanese ha assunto, da giugno, anche una dimensione più ampiamente europea. La risoluzione del Parlamento europeo del 17 giugno ha collegato esplicitamente l’abrogazione della legge ritenuta incompatibile con il diritto dell’Unione e l’introduzione di una moratoria sulle costruzioni nelle aree protette ai progressi dell’Albania nel capitolo 27 dei negoziati di adesione, relativo all’ambiente.
L’eurodeputata olandese Tineke Strik, del gruppo dei Verdi, ha avvertito che l’adesione all’Unione europea potrebbe essere messa in discussione se l’Albania continuerà a consentire costruzioni nelle aree protette in violazione della normativa europea sulla tutela della natura.
Sulla stessa linea si è espressa Terry Reintke, eurodeputata tedesca, secondo la quale la società albanese, nonostante le difficoltà economiche del Paese, ha deciso di difendere la natura.
“La nostra natura non è in vendita, non vogliamo i soldi dei miliardari, vogliamo animali selvatici e uccelli”, ha riferito Reintke citando gli slogan dei manifestanti, chiedendo una rapida adesione dell’Albania all’Unione, ma soltanto nel rispetto della natura.
Il governo si difende facendo leva sull’argomento economico. Secondo la narrazione dell’amministrazione Rama, il progetto dovrebbe rafforzare la posizione dell’Albania come destinazione turistica globale e creare circa mille posti di lavoro. L’investimento a Sazan è valutato in 1,4 miliardi di euro e rientra in un più ampio pacchetto di iniziative turistiche, dal valore potenziale di 4 miliardi di euro, che comprende anche la regione di Valona.
Gli ambientalisti sostengono che il turismo distruggerebbe la laguna selvaggia. Sottolineano che questo ecosistema, habitat di oltre 200 specie di uccelli, tra cui più di 70 specie minacciate, si trova sulla principale rotta migratoria tra Africa ed Europa e costituisce una risorsa che, una volta trasformata per scopi turistici, semplicemente non può essere ricreata.
Il bilancio dei cento giorni
La Rivoluzione dei Fenicotteri ha dato vita in Albania a una nuova cultura della protesta civile, pacifica e prolungata. Le sue conseguenze potrebbero andare ben oltre la disputa sulla tutela della natura, arrivando a coinvolgere future mobilitazioni contro la corruzione, per la riforma elettorale e per la responsabilità delle istituzioni pubbliche.
Gli analisti di Balkan Insight, nel fare il punto sul centesimo giorno di proteste, le definiscono un fenomeno “trasformativo”, capace di ridefinire la cultura civica albanese e di mettere alla prova i meccanismi della responsabilità politica.
L’impatto concreto sulla politica rimane tuttavia limitato. L’impianto giuridico che consente il turismo di lusso nelle aree protette è rimasto intatto e i cambiamenti più significativi sono soprattutto di natura procedurale, senza tradursi in modifiche concrete.
Molto più evidenti sono invece le conseguenze sul piano digitale. La campagna coordinata di rimozione dei contenuti ha effettivamente danneggiato l’infrastruttura informativa del movimento e colpito un diritto fondamentale come la libertà di espressione.
Gli organizzatori hanno annunciato che le manifestazioni notturne continueranno. Ad esse si accompagnano appelli alla partecipazione di massa sia in Albania sia tra la diaspora.
Resta problematica la questione della responsabilità di Tirana per l’annullamento o la riprogettazione degli investimenti ai quali aveva precedentemente attribuito lo status di “investitore strategico”. Una decisione di questo tipo potrebbe dar luogo a controversie in materia di investimenti o a richieste di risarcimento da parte dell’investitore americano.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su Focus Europe Poland disponibile qui.

